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Gli anni d’oro dei mono a quattro tempi

Dopo il periodo della ricostruzione postbellica il mondo motociclistico è piombato in una crisi profonda, che ha causato l’uscita di scena di diversi nomi illustri e che ha reso la vita molto dura per gli altri costruttori. Sul finire degli anni Cinquanta il migliorato tenore di vita e la comparsa di vetture utilitarie dal costo ridotto e comodamente acquistabili a rate hanno causato questo autentico collasso del mercato. Si stava entrando nel difficile periodo durante il quale la moto è passata da mezzo di trasporto semplice ed economico a strumento di svago.

La passione era sempre viva, ma l’uscita di scena di case come Gilera, Mondial e Moto Guzzi e la diminuita popolarità dei mezzi a due ruote avevano avuto senz’altro conseguenze negative sul nostro sport, a livello nazionale. Il numero dei circuiti cittadini e quello delle competizioni destinate ai piloti juniores era diminuito notevolmente e pure il campo dei partecipanti non era più numeroso come una volta. Le gare in salita erano poco costose e semplici da organizzare, ma non erano molte e pure per loro la partecipazione era diminuita. Il fuoco però covava sotto la cenere e nel corso degli anni Sessanta, dopo alcune stagioni laboriose, a un certo punto è iniziata una vigorosa ripresa. All’epoca la 250 era la classe regina (e ha continuato ad esserlo fino all’inizio del decennio successivo, quando ha dovuto cedere lo scettro alla 500), sia nel Campionato della Montagna che in quello riservato ai piloti juniores. Una volta uscita di scena la Formula 2, si gareggiava con i motocicli Sport. In pratica, si trattava di quelli della precedente Formula 3, che derivavano dalla serie, anche se potevano essere oggetto di importanti modifiche. Le case italiane che avevano in produzione modelli di 250 cm3 atti ad essere debitamente trasformati per un impiego agonistico erano fondamentalmente tre, ossia Aermacchi, Ducati e Motobi. I loro motori, ottimi rappresentanti della scuola italiana, erano invariabilmente monocilindrici a quattro tempi, ma le loro caratteristiche erano piuttosto differenti, a cominciare dalla distribuzione, che era monoalbero nella moto bolognese e ad aste e bilancieri nelle altre due (caratterizzate dalla disposizione orizzontale del cilindro). Per dovere di cronaca occorre dire che a un certo punto hanno corso anche due o tre Morini, derivate dal Settebello 250 GI.

L’intero articolo a pag. 50 di Motitalia

 

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